Sorgeva l’alba sull’immensa pianura abitata dalle sette tribù dell’alleanza Sioux. Lo spirito del sole scacciava le tenebre e tingeva di rosso le nuvole, le foglie degli alberi, la corrente del fiume e persino i volti delle donne uscite dalle capanne, già intente ai loro mestieri.
Akecheta aveva solo dodici anni, ma si svegliò lo stesso presto, non appena sentì Wachiwi, sua madre, che si alzava dal giaciglio. Il padre Enapay dormiva ancora, spossato da due giorni e due notti di caccia a cavallo nella foresta.
“Dove vai così presto, Akecheta?” chiese Wachiwi.
“Devo andare nel bosco, madre, se ci vado appena le tenebre si sono allontanate, troverò qualcosa d’importante” rispose il ragazzo e aggiunse “me l’ha detto il nonno”.
Howahkan, il nonno di Akecheta, era il capo della sua tribù, il suo giudizio era sacro e Wachiwi non osò aggiungere altro.
Il ragazzo si preparò per affrontare il bosco: legò stretti i legacci dei calzari e indossò la sua giacchetta di pelle di bisonte. Portò con sè anche una borsa vuota, che si mise a tracolla, non si sa mai cosa avesse trovato: magari qualcosa da riportare al villaggio per mostrarla a tutti.
Prese a camminare, inoltrandosi sempre più nel fitto della boscaglia. Non aveva paura di non ritrovare la strada, perché suo padre gli aveva insegnato a non perdersi mai, né temeva i serpenti: sapeva afferrarli per la gola e stringerli fino a fargli sputare tutto il veleno.
Ma quello che trovò nel bosco, dopo alcuni chilometri di cammino, non se l’aspettava proprio.
Acquattato dietro un cespuglio di rovi, scorse un muso lungo e umido, ricoperto di una peluria grigio-argentea. Sapeva riconoscere un lupo ed era pronto a scappare o a combattere, se si fosse reso necessario, quando il lupo uscì dal cespuglio, mostrando un corpo potente e vigoroso e una dentatura perfetta, e si mise a parlare in lingua sioux: “Ragazzo, cosa fai da queste parti?”. Akecheta sapeva dominare la paura, quindi la deglutì e la mandò in fondo allo stomaco, poi rispose con voce ferma “Cerco una cosa importante” “Bene, ragazzo, ritengo che tu l’abbia trovata. Se ti avvicinerai a me, riempirò la tua tracolla di tanta di quella felicità e di quella fortuna che ti basterà per tutta una vita”. Akecheta era attratto dagli occhi gialli e magnetici del lupo e da quanto gli aveva promesso, ma sapeva di non doversi fidare, quindi gli voltò le spalle e s’incamminò a passo veloce verso il villaggio, girandosi ogni tanto per sincerarsi che il lupo non lo stesse seguendo.
Tornato nella rassicurante radura della sua tribù, corse alla capanna del nonno, la più importante e la più grande di tutte, ornata di simboli che alludevano alla guerra e alla caccia, alla regalità e alla sacralità. Entrò e trovò il nonno seduto per terra, intento a fumare nella penombra. Gli si accucciò davanti, chiese scusa per la brusca irruzione, e gli raccontò tutto, tirando fuori dallo stomaco anche il suo spavento che aveva saputo così bene nascondere di fronte al lupo.
Il nonno stette ad ascoltare senza muoversi, emettendo ogni tanto un filo di fumo dalla sua lunga pipa. Poi gli rispose: “nipote, domani all’alba torna nel bosco senza paura. Penso che lì troverai un altro lupo che ti dirà cose molto diverse. Ascoltalo con attenzione, ma non accettare né rifiutare le sue profferte. Se lo farai ti perseguiterà per tutta la vita. Se invece ti comporterai come hai fatto oggi, sarai ancora libero di scegliere. Poi vieni da me e raccontami tutto quello che ti ha detto”.
Akecheta e i due lupi
14 settembre 2009 di simocastiglione
Prima dell’alba Akecheta si svegliò nella sua capanna. Uscì nella notte silenziosa sotto le stelle e cercò nel cielo le prime luci dell’alba. Ovunque era solo silenzio e buio e luce crepuscolare delle stelle, che non permetteva agli occhi di distinguere nel nero della notte. Cercò nel cielo la costellazione che la sua tribù chiamava del figlio del lupo. Erano sei stelle, divise in due gruppi, le prime tre a formare quasi un triangolo, con la più alta molto più luminosa delle altre. Quella era la testa del padre lupo. Altre tre formavano un onda che si allontanava lungo l’eclittica, ed erano il figlio che fuggiva dal padre. Akecheta era abituato a passare il tempo di notte guardando le stelle ed ora gli tornava in mente la storia che tutti i vecchi raccontavano quando insegnavano le costellazioni ai loro figlioli. Il lupo era stato troppo severo e lontano dal cuore suo cucciolo ed un giorno questi lo aveva sfidato. Non sarebbe stato capace di ritrovarlo nel bosco. Mentre il padre lupo dormiva lo svegliò e con la bocca gli rubò la macchia bianca che contraddistingueva la sua pelliccia fulva. Il vecchio lupo si svegliò subito perchè con la macchia il figlio gli rubava tutta la sua energia e subito si lanciò al suo inseguimento. Ma seppure conosceva tutti gli odori della foresta non riusciva a ricordare quello del suo figliolo. Vagò per la foresta tutta la notte ma non si accorse del suo figlio nemmeno quando gli passò accanto. Il figlio del lupo rimase immobile senza respirare e sperò con tutto il cuore che il vecchio padre sentisse il suo odore e lo trovasse, impartendogli la punizione che meritava, ma nulla. Egli gli passò accanto sempre più stanco e spossato perchè senza quella macchia bianca si sarebbe trasformato in breve tempo in un cane.
Il figlio gettò allora la macchia bianca e fuggì lontano da quella valle, e non volle succedere nel comando al vecchio lupo, ed anzi non ritornò mai più nemmeno nel suo branco.
Questa storia Akecheta aveva sentito tante volte ed ora gli era tornata in mente nell’attesa che un altro lupo gli svelasse il suo destino.
Uscì allora dal suo villaggio e torno nello stesso luogo dove aveva incontrato il lupo. Attese che sorgesse il sole e quando il chiarore permise di vedere un pò più lontano del proprio naso si accorse che un lupo, nascosto tra gli alberi lo stava osservando.
“Chi sei ?” Chiese Akecheta. Il lupo bianco rispose: ” Tu lo sai. Mi conosci. Questa notte ci siamo già incontrati. Sono il lupo bianco delle stelle, il figlio del lupo, e chiunque può incontrarmi purchè alzi gli occhi al cielo e ricordi la propria infanzia.”
“Sei dunque venuto qui dalla tua valle ed ora hai un nuovo branco ?”
“Certo”, rispose il lupo, “Tu ora sei il mio branco e ti condurrò con me a caccia”.
Akecheta si ricordò di quello che gli aveva detto il nonno e gli disse che non poteva seguirlo, perchè così avrebbe perso la sua libertà. Il figlio del lupo lo guardò in silenzio e si allontanò da solo. Quando giunse nel folto della foresta lo chiamò con un lungo ululato e continuò a trottare nelle prime luci del giorno. Akecheta aveva ancora paura che il lupo lo stesse ingannando ma comunque iniziò a fiutare e seguire le sue tracce e, con circospezione, lo seguì nel bosco.
Dopo un pò in lontananza vide il figlio del lupo che entrava in una grotta. Nella grotta era acceso un fuoco ed intorno al fuoco vi erano seduti degli uomini. Le loro ombre tremolanti si proiettavano confuse e mostruose sulle pareti della caverna ed un denso fumo emergeva dalle loro pipe.
Il lupo giunse accanto a loro e si sedette in silenzio.
“Allora ?” Chiese una voce bassa e fievole, appena percettibile ed arrochita dal fumo e dall’umidità.
“Non mi ha seguito”. ” Ne sei sicuro ?” Chiese un altra voce
che fece tremare Akecheta. “Io vedo che la fiamma sta andando verso l’esterno e cambia colore ogni volta che noi parliamo”.
Il lupo si voltò ed ordinò: “Akecheta se sei li fuori entra, ora o mai più”. Akecheta aveva ancora più paura ora che, oltre al lupo, doveva affrontare degli sconosciuti ma pensò che anche lui voleva imparare il linguaggio del fuoco. ” Il fuoco mi è dunque amico ?” Chiese nel silenzio. “Entra” rispose la seconda voce dalla grotta “ma soltanto se sei un ragazzo che obbedisce ai suoi genitori ed agli anziani”. Akecheta tremò e rispose ” La mia libertà non può rubarmela nè il lupo nè tu, ma soltanto io da solo con la mia paura. Io voglio essere libero ora o non lo sarò mai più.” E così detto entrò deciso nella caverna e si avvicinò al chiarore. Vide suo nonno che gli offriva la pipa della saggezza con la sua mano stanca ed un sorriso di gioia nel suo volto anziano.
Prima dell’alba Akecheta si svegliò nella sua capanna. Uscì nella notte silenziosa sotto le stelle e cercò nel cielo le prime luci dell’alba. Ovunque era solo silenzio e buio e luce crepuscolare delle stelle, che non permetteva agli occhi di distinguere nel nero della notte. Cercò nel cielo la costellazione che la sua tribù chiamava del figlio del lupo. Erano sei stelle, divise in due gruppi, le prime tre a formare quasi un triangolo, con la più alta molto più luminosa delle altre. Quella era la testa del padre lupo. Altre tre formavano un onda che si allontanava lungo l’eclittica, ed erano il figlio che fuggiva dal padre. Akecheta era abituato a passare il tempo di notte guardando le stelle ed ora gli tornava in mente la storia che tutti i vecchi raccontavano quando insegnavano le costellazioni ai loro figlioli. Il lupo era stato troppo severo e lontano dal cuore suo cucciolo ed un giorno questi lo aveva sfidato. Non sarebbe stato capace di ritrovarlo nel bosco. Mentre il padre lupo dormiva lo svegliò e con la bocca gli rubò la macchia bianca che contraddistingueva la sua pelliccia fulva. Il vecchio lupo si svegliò subito perchè con la macchia il figlio gli rubava tutta la sua energia e subito si lanciò al suo inseguimento. Ma seppure conosceva tutti gli odori della foresta non riusciva a ricordare quello del suo figliolo. Vagò per la foresta tutta la notte ma non si accorse del suo figlio nemmeno quando gli passò accanto. Il figlio del lupo rimase immobile senza respirare e sperò con tutto il cuore che il vecchio padre sentisse il suo odore e lo trovasse, impartendogli la punizione che meritava, ma nulla. Egli gli passò accanto sempre più stanco e spossato perchè senza quella macchia bianca si sarebbe trasformato in breve tempo in un cane.
Il figlio gettò allora la macchia bianca e fuggì lontano da quella valle, e non volle succedere nel comando al vecchio lupo, ed anzi non ritornò mai più nemmeno nel suo branco.
Questa storia Akecheta aveva sentito tante volte ed ora gli era tornata in mente nell’attesa che un altro lupo gli svelasse il suo destino.
Uscì allora dal suo villaggio e torno nello stesso luogo dove aveva incontrato il lupo. Attese che sorgesse il sole e quando il chiarore permise di vedere un pò più lontano del proprio naso si accorse che un lupo, nascosto tra gli alberi lo stava osservando.
“Chi sei ?” Chiese Akecheta. Il lupo bianco rispose: ” Tu lo sai. Mi conosci. Questa notte ci siamo già incontrati. Sono il lupo bianco delle stelle, il figlio del lupo, e chiunque può incontrarmi purchè alzi gli occhi al cielo e ricordi la propria infanzia.”
“Sei dunque venuto qui dalla tua valle ed ora hai un nuovo branco ?”
“Certo”, rispose il lupo, “Tu ora sei il mio branco e ti condurrò con me a caccia”.
Akecheta si ricordò di quello che gli aveva detto il nonno e gli disse che non poteva seguirlo, perchè così avrebbe perso la sua libertà. Il figlio del lupo lo guardò in silenzio e si allontanò da solo. Quando giunse nel folto della foresta lo chiamò con un lungo ululato e continuò a trottare nelle prime luci del giorno. Akecheta aveva ancora paura che il lupo lo stesse ingannando ma comunque iniziò a fiutare e seguire le sue tracce e, con circospezione, lo seguì nel bosco.
Dopo un pò in lontananza vide il figlio del lupo che entrava in una grotta. Nella grotta era acceso un fuoco ed intorno al fuoco vi erano seduti degli uomini. Le loro ombre tremolanti si proiettavano confuse e mostruose sulle pareti della caverna ed un denso fumo emergeva dalle loro pipe.
Il lupo giunse accanto a loro e si sedette in silenzio.
“Allora ?” Chiese una voce bassa e fievole, appena percettibile ed arrochita dal fumo e dall’umidità.
“Non mi ha seguito”. ” Ne sei sicuro ?” Chiese un altra voce
che fece tremare Akecheta. “Io vedo che la fiamma sta andando verso l’esterno e cambia colore ogni volta che noi parliamo”.
Il lupo si voltò ed ordinò: “Akecheta se sei li fuori entra, ora o mai più”. Akecheta aveva ancora più paura ora che oltre al lupo doveva affrontare degli sconosciuti ma pensò che anche lui voleva imparare il linguaggio del fuoco. ” Il fuoco mi è dunque amico ?” Chiese nel silenzio. “Entra” rispose la seconda voce dalla grotta “ma soltanto se sei un ragazzo che obbedisce ai suoi genitori ed agli anziani”. Akecheta tremò e rispose ” La mia libertà non può rubarmela nè il lupo nè tu, ma soltanto io da solo con la mia paura. Io voglio essere libero ora o non lo sarò mai più.” E così detto entrò deciso nella caverna e si avvicinò al chiarore. Vide suo nonno che gli offriva la pipa della saggezza con la sua mano stanca ed un sorriso di gioia nel suo volto anziano.
Brava Irina, nostra lettrice/scrittrice affezionata, con un’abile e versatile penna. Sei in corsa anche questa volta per la vittoria?
La mattina seguente Akecheta si svegliò di nuovo all’alba e, dopo essersi preparato con cura come la mattina precedente, uscì. Imboccò il sentiero che portava verso il bosco cercando di ricordare il punto dove era comparso il lupo dalla pelliccia argentea. Dopo alcuni passi raggiunse lo stesso cespuglio di rovi che, notò con sorpresa il ragazzo, era cambiato dal giorno precedente, si era riempito di foglie verde chiaro che sembravano appena spuntate. Dietro il cespuglio Akecheta scorse una pelliccia rossiccia e scuri occhi neri. Un lupo gli balzò davanti e gli si rivolse con un sorriso beffardo stampato sul muso. Anche questi gli parlò in lingua sioux:”Giovane, cosa cerchi qui nella fitta boscaglia?”
Akecheta sembrava sorpreso dal tono gentile e allegro dell’animale ma soprattutto dall’intensità dei profondi occhi neri che sembravano provenire dalla notte stessa. Si mise in guardia da questo comportamento non troppo amichevole:”Cerco delle risposte”
“Bene ragazzo mio, penso che tu abbia trovato ciò che cerchi. Se guarderai a lungo i miei occhi riceverai tutta l’intelligenza,il sapere e la conoscenza che hai sempre desiderato e che ti renderà superiore a chiunque, persino tuo nonno ed addirittura agli dei.”
Akecheta guardò sorpreso l’animale poiché mai si era immaginato un dono simile, un dono che gli avrebbe permesso di elevarsi nientemeno che agli dei ma che soprattutto lo avrebbe reso più saggio di suo nonno.
Indugiò a lungo sul muso del lupo che continuava a fissarlo senza però mai incontrare i suoi occhi. Akecheta strinse i pugni e si voltò.
“Già qualcosa mi è stato offerto e ancora non ho deciso quale dono accettare. Mio nonno, che è il più saggio di tutti gli uomini, mi ha detto di ascoltare le tue promesse ma di non rifiutarle ne accettarle. Ti chiedo di poter ascoltare il consiglio di mio nonno poiché, non avendo ancora accettato i tuoi doni, non ho ancora tutta la saggezza che invece risiede nello spirito di mio nonno.”
Il lupo deluso annuì e mostrò i denti al ragazzo facendo un sorriso abbagliante e sicuro di sé: “Fai ciò che ti sembra giusto,o giovane. Ma ricorda: se accetti il mio dono non avrai più bisogno dei consigli di tuo nonno.”
Akecheta non si voltò nemmeno per un secondo a controllare se il lupo se ne era andato e corse difilato alla capanna del nonno perplesso e un po’ spaventato.
Entrò nella capanna e trovò il nonno, di nuovo seduto per terra, che intagliava attentamente un pezzo di legno: “Nonno da dove proviene la tua saggezza?”
Il vecchio alzò lo sguardo e sorrise al nipote:”Dall’esperienza, dagli errori che ho fatto, dalle persone che ho incontrato e dagli insegnamenti che mi sono stati dati.”
Akecheta gli si sedette accanto e osservò a lungo i trucioli di legno ammucchiati sulle gambe del nonno e poi gli chiese con lo sguardo preoccupato:”E la felicità? Da dove hai ottenuto la felicità?”
Il nonno sorrise di nuovo, ambiguo:”Nipote stai cercando risposte che io non ti posso dare ma che risiedono nel profondo del tuo cuore. Sei un ragazzo intelligente, sei già saggio a modo tuo e scegliere quale dono accettare spetta solo a te.”
Akecheta si alza, sorpreso e si rivolge al nonno con la voce tremante:”Come nonno la tua saggezza non è abbastanza grande da poter risolvere il mio dilemma?”
“Il dilemma è tuo Akecheta. Non ho più nulla da insegnarti per oggi se non questi due spassionati consigli: ricorda che la saggezza è il risultato di una vita lunga e intensa, ma, soprattutto, ti avverto che molto spesso le apparenze ingannano. Non sempre ciò che è luce e calore è buono e non sempre ciò che è buio e nebbia è cattivo. Tieni a mente queste cose quando domani mattina andrai nel bosco e farai la tua scelta.” Il nonno gli sorrise, annuì e gli voltò le spalle.
Akecheta confuso tornò nella sua capanna, era stanco come non mai anche se non aveva fatto altro che andare nel bosco. Si addormentò dopo pochi minuti e sognò.
Sognò di essere tornato nel bosco ma di aver trovato due cespugli dietro ai quali i due lupi lo aspettavano. Il lupo rosso era allegro e altezzoso e lo fissava con aria di superiorità:”Scegli il mio dono e tutto ti sarà concesso. Sarai il più grande di tutti gli uomini che ci sono sulla Terra ed io ti starò accanto per consigliarti. Scegli me!”
Akecheta spostò lo sguardo sul lupo argenteo ed incontrò i suoi occhi gialli che, per qualche strano motivo, gli ricordarono quelli di suo nonno: profondi e malinconici.
“Akecheta, sappi che scegliendo il mio dono non avrai mai tutto il potere che l’intelligenza ti offre, ma avrai una vita felice, una famiglia sana e una vita longeva che passerai accanto a i tuoi cari. Non sarai mai superiore a nessun altro, ma avrai la possibilità di diventare, verso il termine della tua vita, saggio come lo è tuo nonno.”
Akecheta si svegliò di colpo, guardò il cielo fuori dalla capanna e lo vide tingersi di rosa alla luce dei primi raggi di sole che combattevano il buio della notte. Era una guerra, una guerra che il sole vinceva sempre all’alba e che la luna vinceva sempre al tramonto.
Akecheta si alzò senza fare rumore per non svegliare il padre e la madre, preparò la sua sacca ed uscì dalla capanna. Entrò nel bosco e raggiunse il cespuglio che era stranamente diviso a metà, una metà ricca di fiori profumati e grandi foglie ed una metà piena di piccoli germogli chiari.
I due lupi spuntarono alle sue spalle e gli dissero all’unisono: “Akecheta hai fatto la sua scelta?”
Il ragazzo chinò la testa e sussurrando si rivolse al lupo fulvo:”Scelgo ciò che gioverà sia a me che ai miei cari. Scelgo una vita piena di gioie e … sì,anche di conoscenza … “
Il lupo rosso gli sorrise e gli si fece vicino ma Akecheta alzò di scatto il viso e fece un passo indietro:”Scelgo l’umiltà, la gioia, una vita che mi renda libero di scegliere e di crescere e di imparare.” Il giovane si avvicinò al lupo argenteo e gli posò il palmo della mano sulla pelliccia della schiena.
“Donami tutto ciò che mi hai promesso, fortuna e felicità per me e per i miei cari. L’esperienza verrà col tempo.” Il lupo fece un mezzo sorriso e gli occhi gialli brillarono di orgoglio e approvazione e come per magia la sua voce si fuse con quella del nonno: “Tu sei già saggio Akecheta per questo il mio dono non ti arrecherà alcun danno” e detto questo posò la punta del naso sul petto del ragazzo che si ritrovò improvvisamente nella sua capanna al calduccio sotto le coperte e sorrise certo che la vita che lo aspettava sarebbe stata piena di esperienze sensazionale.
Brava Martina, tu sei definitivamente la vincitrice per la fiaba pellerossa.
Preparati allora a collaborare con noi per il prossimo genere di racconto che verrà proposto ai nostri Lettori/Autori…
Grazie mille simona! Non vedo l’ora di lavorare al prossimo genere di racconto:)